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Freemonem

04
May
07

Free Monem, il cyber-fratello (Free Monem, the cyber-brother)

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lettera22
Screen Shot of the Lettera22 Web Site

Article paru dans “Il nuovo Riformista”, le 03 mai 2007 repris par Lettera22, site intalien de journalistes indépendants

FREE MONEM, IL CYBER-FRATELLO 3/5/07

In carcere da oltre due settimane il giornalista che in Egitto ha traghettato l’Ikhwan su Internet. La blogosfera egiziana si mobilita. Il mondo no (nella foto, il banner della petizione per liberare Abdel Monem Mahmoud, dal suo blog, ana-ikhwan.blogspot.com)

Paola Caridi

Giovedi’ 3 Maggio 2007

“La gente non ha bisogno di qualcuno che le parli delle preghiere o del velo. Dobbiamo cambiare il nostro discorso politico. Dobbiamo insegnare alla gente a pretendere la libertà e la vita come persone libere. La libertà è più importante che riempire i pacchi dono per il Ramadan. Lottare per la libertà è più importante che appiccicare sui muri manifesti che chiedono preghiere. La libertà è la priorità ultima”. Parola di Abdel Monem, il blogger divenuto l’icona della nuova generazione dei Fratelli musulmani egiziani. Era stato lui a traghettare l’Ikhwan su Internet, a spingere per un sito in inglese che mettesse nella realtà virtuale le posizioni del più grande movimento di massa islamista di tutto il mondo arabo. Era stato lui, soprattutto, a far emergere l’altra faccia della Fratellanza: i giovani, quelli che sino a qualche mese fa erano totalmente coperti dal peso dell’establishment, dai vecchi e dalla generazione dei cinquantenni.

Di lui, la blogosfera egiziana sapeva tutto. Perché aveva dato prova di quanto fosse lontano dagli stereotipi sviluppando il suo diario virtuale personale, che già dal nome – Ana Ikhwan, Io Sono un Fratello – dice tutto. Io sono un fratello musulmano, e ora vi spiego chi siamo: la sostanza del suo sito era quella. E come se non bastasse, a smentire gli stereotipi c’erano anche le foto. Le foto di un giornalista di 27 anni, capelli corti, giacca e camicia all’occidentale, molti sorrisi miti. Tutto, insomma, salvo lo stereotipo del “fratello”: niente barba, insomma, e niente galabeyya.

Forse è stata proprio questa evidente autonomia, questa ondata di novità a creare attorno ad Abdel Monem Mahmoud una ondata di simpatia da parte degli altri blogger, di tutte le casacche politiche o ideologiche. Soprattutto dal 15 aprile, da quando Abdel Monem è nella prigione di Tora, vicino al Cairo. Prima con una detenzione amministrativa di 15 giorni, subito prorogata di altri 15. Poco prima di essere arrestato, all’aeroporto del Cairo dove stava per prendere un volo per un tour già programmato per i paesi arabi, Abdel Monem non si era smentito, e aveva depositato sul web la sua testimonianza in un video su YouTube. Dimostrando di conoscere bene le regole tipiche del dissenso non violento di stampo occidentale.

Le autorità egiziane stanno indagando su di lui, che le galere del paese le aveva già visitate e – anzi – aveva denunciato più volte di essere stato torturato. È accusato, sinora, di appartenere a una “organizzazione illegale”, com’è sempre stata la Fratellanza musulmana in Egitto. Ma i suoi compagni di blogging contestano che ci sia solo questo, dietro l’arresto di Abdel Monem. Alaa al Seif al Islam, il più importante blogger del paese, detenuto per oltre un mese l’anno scorso, sostiene che “il suo arresto sia principalmente un tentativo di mettere sotto silenzio la campagna in corso per far giudicare la leadership dell’Ikhwan dal tribunale militare, e Monem stava coordinando la campagna che usava i blog come il suo strumento principe”. Marc Lynch, studioso americano che gestisce da anni il blog Abu Aardvark, dice a sua volta che “il suo arresto potrebbe essere dovuto al suo profilo pubblico in ascesa”. Su Al Jazeera, o nei convegni internazionali sulla tortura.

È certo che le principali associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani – da Human Rights Watch a Reporter Senza Frontiere sino al CPJ, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti – sono subito scese in campo per chiedere la liberazione di Abdel Monem. Associazioni a parte, però, non c’è (ancora) attorno ad Abdel Monem lo stesso moto internazionale che si era scatenato per un altro blogger egiziano, Kareem, che ora sta scontando in carcere una pesante condanna a quattro anni. Tom Gara, del blog A Different Drummer, imputa il silenzio fuori dai confini egiziani alla più “grande differenza tra i due”. Kareem era “pesantemente antiislamico e Mahmoud blogga per la Fratellanza egiziana”. Eppure, era stato sempre Monem a fare la differenza, sul caso di Kareem, quando si era schierato per la sua liberazione. “Sono in disaccordo con le posizioni di Kareem”, aveva scritto. “Ma credo che sia ingiusto che le forze di sicurezza lo trattino in questo modo, punendolo per le sue posizioni personali”.

I blogger egiziani sostengono che l’aria sia pesante, nel paese. Non solo per la sentenza su Kareem, o per l’arresto di Abdel Monem. A stupire tutti, pochissimi giorni fa, è stata un’altra defezione eccellente. Sandmonkey, uno dei blogger più famosi per i suoi messaggi al vetriolo, ultraliberali, filo-USA e antiislamisti, ha deciso di chiudere i battenti per questioni di sicurezza. Il suo anonimato non era più tale. E attorno a lui cominciava a “fare troppo caldo”.

Leggi l’articolo a p. 7 del Riformista

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Screen Shot of the Blog “El diavolo in me”
Screen shot of the blog “El devolo in me”.

Sono persone come Monem che dobbiamo sostenere se vogliamo dare una speranza al mondo ed a tutti noi. E far in modo che si inizi a guardare a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide. Mi raccomando diffondete la storia di Monem e firmate la petizione! Anche un gesto di solidarietà può servire.

Traduction de l’extrait (French) : Se sont les personnes comme Monem que nous devons soutenir, si nous voulons donner une espérance au monde et à nous tous, faire en sorte de commencer à regarder ce qui nous uni, que ce qui nous divise. Je vous recommande de défendre le cas de Monem et de signer la pétition ! Un geste de solidarité peut aussi servir.

n carcere da oltre due settimane il giornalista che in Egitto ha traghettato l’Ikhwan su Internet. La blogosfera egiziana si mobilita. Il mondo no (nella foto, il banner della petizione per liberare Abdel Monem Mahmoud, dal suo blog, ana-ikhwan.blogspot.com). “La gente non ha bisogno di qualcuno che le parli delle preghiere o del velo. Dobbiamo cambiare il nostro discorso politico. Dobbiamo insegnare alla gente a pretendere la libertà e la vita come persone libere. La libertà è più importante che riempire i pacchi dono per il Ramadan. Lottare per la libertà è più importante che appiccicare sui muri manifesti che chiedono preghiere. La libertà è la priorità ultima”. Parola di Abdel Monem, il blogger divenuto l’icona della nuova generazione dei Fratelli musulmani egiziani.

Era stato lui a traghettare l’Ikhwan su Internet, a spingere per un sito in inglese che mettesse nella realtà virtuale le posizioni del più grande movimento di massa islamista di tutto il mondo arabo. Era stato lui, soprattutto, a far emergere l’altra faccia della Fratellanza: i giovani, quelli che sino a qualche mese fa erano totalmente coperti dal peso dell’establishment, dai vecchi e dalla generazione dei cinquantenni.Di lui, la blogosfera egiziana sapeva tutto. Perché aveva dato prova di quanto fosse lontano dagli stereotipi sviluppando il suo diario virtuale personale, che già dal nome – Ana Ikhwan, Io Sono un Fratello – dice tutto. Io sono un fratello musulmano, e ora vi spiego chi siamo: la sostanza del suo sito era quella. E come se non bastasse, a smentire gli stereotipi c’erano anche le foto. Le foto di un giornalista di 27 anni, capelli corti, giacca e camicia all’occidentale, molti sorrisi miti. Tutto, insomma, salvo lo stereotipo del “fratello”: niente barba, insomma, e niente galabeyya.

Forse è stata proprio questa evidente autonomia, questa ondata di novità a creare attorno ad Abdel Monem Mahmoud una ondata di simpatia da parte degli altri blogger, di tutte le casacche politiche o ideologiche. Soprattutto dal 15 aprile, da quando Abdel Monem è nella prigione di Tora, vicino al Cairo. Prima con una detenzione amministrativa di 15 giorni, subito prorogata di altri 15. Poco prima di essere arrestato, all’aeroporto del Cairo dove stava per prendere un volo per un tour già programmato per i paesi arabi, Abdel Monem non si era smentito, e aveva depositato sul web la sua testimonianza in un video su YouTube. Dimostrando di conoscere bene le regole tipiche del dissenso non violento di stampo occidentale.Le autorità egiziane stanno indagando su di lui, che le galere del paese le aveva già visitate e – anzi – aveva denunciato più volte di essere stato torturato. È accusato, sinora, di appartenere a una “organizzazione illegale”, com’è sempre stata la Fratellanza musulmana in Egitto. Ma i suoi compagni di blogging contestano che ci sia solo questo, dietro l’arresto di Abdel Monem. Alaa al Seif al Islam, il più importante blogger del paese, detenuto per oltre un mese l’anno scorso, sostiene che “il suo arresto sia principalmente un tentativo di mettere sotto silenzio la campagna in corso per far giudicare la leadership dell’Ikhwan dal tribunale militare, e Monem stava coordinando la campagna che usava i blog come il suo strumento principe”.

Marc Lynch, studioso americano che gestisce da anni il blog Abu Aardvark, dice a sua volta che “il suo arresto potrebbe essere dovuto al suo profilo pubblico in ascesa”. Su Al Jazeera, o nei convegni internazionali sulla tortura. È certo che le principali associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani – da Human Rights Watch a Reporter Senza Frontiere sino al CPJ, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti – sono subito scese in campo per chiedere la liberazione di Abdel Monem. Associazioni a parte, però, non c’è (ancora) attorno ad Abdel Monem lo stesso moto internazionale che si era scatenato per un altro blogger egiziano, Kareem, che ora sta scontando in carcere una pesante condanna a quattro anni. Tom Gara, del blog A Different Drummer, imputa il silenzio fuori dai confini egiziani alla più “grande differenza tra i due”. Kareem era “pesantemente antiislamico e Mahmoud blogga per la Fratellanza egiziana”. Eppure, era stato sempre Monem a fare la differenza, sul caso di Kareem, quando si era schierato per la sua liberazione. “Sono in disaccordo con le posizioni di Kareem”, aveva scritto. “Ma credo che sia ingiusto che le forze di sicurezza lo trattino in questo modo, punendolo per le sue posizioni personali”. lettera22

freemonem.cybversion.org

(per questo post ringrazio vegekuu per la segnalazione)

Sono persone come Monem che dobbiamo sostenere se vogliamo dare una speranza al mondo ed a tutti noi. E far in modo che si inizi a guardare a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide. Mi raccomando diffondete la storia di Monem e firmate la petizione! Anche un gesto di solidarietà può servire.


Ana Monem



Contributors

Alaa Abd El Fattah (Egypt)
Ahmad Abd-Alhafez (Egypt)
Amr Gharbeia (Egypt)
Astrubal (Tunisia)
Fatima Azzahra El Azzouzi (Morocco)
Khaled Hamzah (Egypt)
Lea (Syria)
Malek khadhraoui (Tunisia)
Mary Joyce (USA)
Nora Younis (Egypt)
S.A (Morocco)
Sami Ben Gharbia (Tunisia)

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1 Response to “Free Monem, il cyber-fratello (Free Monem, the cyber-brother)”


  1. 1 Meri Sep 20th, 2007 at 1:55 am

    Thank you so much!
    I’m very happy for the release of Monem!
    all the best
    Meri